I trucchi dei menù dei ristoranti

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Perché ogni volta che ci sediamo in pizzeria partiamo col presupposto di cambiare pizza, per poi invece prendere la stessa Margherita?

Mentalfloss ha riassunto i trucchi psicologici che si usano nei menù dei ristoranti. Eccoli.

  1. I menù limitano la scelta. “Il paradosso della scelta” del professor Barry Schwartz svela che maggiore è la scelta a cui è sottoposto il consumatore (in particolare maggiore di 7), più questi sarà confuso e andrà in ansia. Addio libero arbitrio: si sceglie quello che si è sempre scelto.
  2. Usano le foto del cibo, chiaramente ritoccate, per indurre a scegliere determinate portate. 
  3. Il solito trucco del prezzo funziona sempre: se qualcosa costa 9,99 euro, dal punto di vista psicologico è come se abbiamo speso 9 euro (al limite 9,50 euro). Il cervello percepisce che “il costo non è 10 euro”. Altri trucchetti: meglio 10 di 10,00, non mettono il simbolo dell’euro, il prezzo viene dopo la descrizione del piatto con l’accortezza di scriverlo con lo stesso font e dimensione del resto del testo, per renderlo meno evidente.
  4. Mettono paura, poi rassicurano. Nei menù si trova una pietanza con prezzo improponibile: in questo modo gli altri piatti, anche se cari, sembreranno a buon mercato.
  5. I prezzi più alti rispetto ai concorrenti contribuiscono a creare una reputazione positiva del ristorante. La gente, di fronte a due buffet identici, trova più gustoso quello da otto euro rispetto a quello da quattro euro. Stesso discorso sui vini.
  6. Il menù è strutturato in modo tale da farvi guardare in alto a destra, per prima (contrariamente a quanto avviene nei libri e nei siti Web). A sinistra troviamo di solito antipasti e sfizi a poco prezzo, i piatti più costosi invece sono proprio a destra.
  7. Anche i colori contano. Il rosso, per esempio, è associato ai bisogni primari, quindi anche alla fame. Lo troviamo in diversi loghi di ristoranti.
  8. Usano nomi strani ma simpatici, che servono a emozionare o a indurre al consumo. Per esempio è molto usata la dicitura “fatto in casa”, anche per far leva sulla nostalgia (es: zuppa della nonna).

Mentalfloss dovrebbe indagare anche sulla dicitura “cucina tradizionale rivisitata”, che sa tanto di “faccio i piatti di mia nonna ma non mi vengono uguali”.

Gianluigi Bonanomi

Classe 1975, giornalista professionista, saggista, docente e consulente aziendale.

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