I social e la paura di perdersi qualcosa

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Come ho scritto nel mio “Non mi piace. Il contromanuale di Facebook” (scusate l’autocitazione), F.O.M.O. non è il nome di un cibo biologico o di un lottatore giapponese. È una sindrome: la paura di perdersi qualcosa (fear of missing out), di essere tagliati fuori. Si concretizza nel pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi: tutti si divertono alla grande, noi ci annoiamo; tutti hanno partecipato alla festa dell’anno, mentre noi eravamo a casa davanti alla tivvù. Il fatto che gli altri pensino lo stesso è irrilevante.

Anche se è sempre esistita, la sindrome viene ora amplificata dai social network: temiamo che su Facebook stiano facendo qualcosa di estremamente interessante, e non possiamo certo perderlo. I livelli di FOMO, come rilavano recenti studi scientifici, sono più alti nelle persone giovani e in particolare negli individui di sesso maschile. Come i brufoli, in pratica.

C’è crisi? Aumentano le vendite di rossetti

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Esistono, in economia, diversi indicatori sui generis che indicano che c’è “grossa crisi”. Per esempio aumentano gli appuntamenti galanti (a detta di uno studio di Match.com), ci sono più cameriere avvenenti in giro (in tempi buoni le belle donne non accetterebbero lavori mal pagati) e aumentano le irritazioni da pannolino (i genitori cambiano meno i figli). Ma uno degli indicatori più strani e conosciuti è certamente il “Lipstick index”.

Leonard Lauder, presidente di Estée Lauder, inventò questo particolare “indice del rossetto”: in pratica mise in correlazione l’andamento dell’economia alla vendita di rossetti. La spiegazione è tutto sommato semplice: in tempo di crisi le donne comprano più rossetti perché devono rinunciare ad articoli più costosi, come scarpe e borsette.

Charles Revson disse: “In fabbrica produciamo cosmetici, in negozio vendiamo speranza”.

Godere delle sfighe altrui

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Perché in passato si assisteva alle impiccagioni pubbliche con grande interesse e partecipazione? Perché ci si ferma a guardare gli incidenti? Perché molti si sono compiaciuti quando Oscar Giannino è stato beccato senza lauree e master?
La Schadenfreude (pronuncia: “sciadenfroide”) è un termine tedesco che non ha un’esatta traduzione in italiano, anche se esiste il termine simile aticofilia (attrazione per la sfortuna). Schadenfreude significa, grosso modo, “piacere provocato dalla sfortuna altrui”: infatti “Schaden”  vuol dire “danno” e “Freude” “gioia”.

Qualche anno fa (2002) il New York Times citò una serie di studi scientifici sulla Schadenfreude, quasi tutti basati sulla teoria del “confronto sociale”. Quando qualcuno è in disgrazia, ci sentiamo sollevati, e non solo perché non è toccato a noi. Spesso a provare la Schadenfreude sono persone con scarsa autostima. Un gruppo di ricercatori ha scoperto che anche i bimbi under 24 mesi provano la  Schadenfreude. Dal punto di vista scientifico, anzi chimico, è tutto da ricondurre all’ossitocina: ormone legato in qualche modo anche all’invidia.

Questi studi gettano nuova luce sul proverbio “mal comune, mezzo gaudio”. La consueta interpretazione solidaristica lascerebbe via libera alla Schadenfreude per chi ha la nostra stessa sfiga.

I trucchi dei menù dei ristoranti

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Perché ogni volta che ci sediamo in pizzeria partiamo col presupposto di cambiare pizza, per poi invece prendere la stessa Margherita?

Mentalfloss ha riassunto i trucchi psicologici che si usano nei menù dei ristoranti. Eccoli.

  1. I menù limitano la scelta. “Il paradosso della scelta” del professor Barry Schwartz svela che maggiore è la scelta a cui è sottoposto il consumatore (in particolare maggiore di 7), più questi sarà confuso e andrà in ansia. Addio libero arbitrio: si sceglie quello che si è sempre scelto.
  2. Usano le foto del cibo, chiaramente ritoccate, per indurre a scegliere determinate portate. 
  3. Il solito trucco del prezzo funziona sempre: se qualcosa costa 9,99 euro, dal punto di vista psicologico è come se abbiamo speso 9 euro (al limite 9,50 euro). Il cervello percepisce che “il costo non è 10 euro”. Altri trucchetti: meglio 10 di 10,00, non mettono il simbolo dell’euro, il prezzo viene dopo la descrizione del piatto con l’accortezza di scriverlo con lo stesso font e dimensione del resto del testo, per renderlo meno evidente.
  4. Mettono paura, poi rassicurano. Nei menù si trova una pietanza con prezzo improponibile: in questo modo gli altri piatti, anche se cari, sembreranno a buon mercato.
  5. I prezzi più alti rispetto ai concorrenti contribuiscono a creare una reputazione positiva del ristorante. La gente, di fronte a due buffet identici, trova più gustoso quello da otto euro rispetto a quello da quattro euro. Stesso discorso sui vini.
  6. Il menù è strutturato in modo tale da farvi guardare in alto a destra, per prima (contrariamente a quanto avviene nei libri e nei siti Web). A sinistra troviamo di solito antipasti e sfizi a poco prezzo, i piatti più costosi invece sono proprio a destra.
  7. Anche i colori contano. Il rosso, per esempio, è associato ai bisogni primari, quindi anche alla fame. Lo troviamo in diversi loghi di ristoranti.
  8. Usano nomi strani ma simpatici, che servono a emozionare o a indurre al consumo. Per esempio è molto usata la dicitura “fatto in casa”, anche per far leva sulla nostalgia (es: zuppa della nonna).

Mentalfloss dovrebbe indagare anche sulla dicitura “cucina tradizionale rivisitata”, che sa tanto di “faccio i piatti di mia nonna ma non mi vengono uguali”.

L’effetto dei calzini sull’orgasmo

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I calzini possono influire sull’orgasmo. No, non striamo parlando di tecniche caserecce di autoerotismo.

L’“Orgasmic Sock Effect” fu scoperto nel 2011 grazie a uno studio della Johns Hopkins University. In pratica delle coppie, sottoposte a scansione celebrale, fecero sesso indossando dei calzini (il trucco fu banale: in una stanza fredda gli scienziati offrirono delle calzette per essere maggiormente a proprio agio). La capacità di raggiungere l’orgasmo da parte delle donne salì dal 50% all’80%! Il motivo? Sarebbe una questione di maggiore sicurezza delle donne, per le quali “un ambiente piacevole, che include la temperatura ideale, è importante per farle sentire protette e al sicuro”.

L’espressione di Bart Simpson “Suck my sock” (ciucciami il calzino) assume tutto un altro significato ora.

Gli uomini preferiscono le donne basse

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Il famoso detto sulla donna nana così come quello, più elegante, sul vino buono e la botte piccola hanno fondamento scientifico. A scoprire che gli uomini preferiscono davvero le donne di bassa statura è stato un recente studio dello psicologo Gert Stulp dell’Università di Groningen.

Quale sarebbe il motivo? La risposta è di tipo genetico ed è stata scoperta grazie a un esperimento su un campione diecimila coppie inglesi: le donne cercano gli uomini alti per protezione e gli uomini le donne basse perché rappresentano un ideale di tenerezza e amore. Inoltre, come se non bastasse, nel corpo delle donne più basse c’è una maggiore presenza di estrogeni.

In ogni caso un uomo alto, se vuole conquistare una donna bassa, non dovrebbe usare uno di queste frasi: “Se piove lo sai per ultima” o peggio “A letto uno può rigirarti come vuole”.

L’uomo più felice del mondo

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Si chiama Matthieu Ricard (nella foto), è un ex biologo molecolare e ora è un monaco buddista. Ma soprattutto, è la scienza a certificarlo, è l’uomo più felice del mondo.

Alcuni scienziati hanno disposto 256 sensori sul suo cranio e disposto in un toner funzionale di risonanza magnetica per monitorare la sua mente e misurare le reazioni del cervello a stress, rabbia, depressione così come a soddisfazione, gioia, stabilità interiore. Come si legge sulla pagina Wikipedia a lui dedicata: “I risultati hanno mostrato un livello elevato di attività mai registrato prima nella zona del cervello connessa con l’ emozione positiva”.

È talmente felice che è diventato uno «scienziato della felicità»: gira il mondo per spiegare che “La felicità autentica è uno stato mentale che rende capaci di gestire gli stati emozionali di gioia e di dolore allo stesso modo. Come il fondo del mare che resta uguale anche se la superficie si increspa”.

Giuseppe Cicero disse: “La felicità è in ognuno di noi. Basta non cercarla”.

L’obesità è colpa di un batterio

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Accantoniamo la scusa delle ossa grosse, non serve più: un recente studio dell’Università di Berkeley, pubblicato su Biology Letters, ha dimostrato che l’obesità potrebbe avere un’origine batterica. Le temperature più fredde avrebbero contribuito a selezionare, nei corso dei secoli, lo sviluppo di una flora batterica favorevole all’accumulo di grasso.

I ricercatori hanno stilato una mappa analizzando la composizione della flora batterica di 1000 persone appartenenti a 23 popolazioni dei cinque continenti. A nord e verso est sono prevalenti i batteri del genere Firmicutes, associati all’obesità, mentre a sud prevalgono quelli del genere Bacterioidetes, legati alla magrezza.

Se la scusa delle ossa grossa e quella del batterio non funzionano, possiamo comunque usare quella di Garfield: Non è vero che sono grasso: sono sotto la mia altezza forma”.

I lineamenti maschili sono stati forgiati a suon di pugni

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I nostri antenati sono stati presi a pugni talmente tanto da cambiarne i connotati. Per sempre. Secondo un recente studio dell’Università dello Utah le scazzottate preistoriche hanno contribuito all’evoluzione dei volti.

I tratti del viso si sarebbero evoluti per minimizzare i danni da colluttazione durante i combattimenti. Infatti, dicono i ricercatori, le ossa che subivano più fratture sono quelle che mostrano le maggiori differenze tra maschi e femmine, sia tra gli australopitechi sia tra di noi.

Insomma, molte delle caratteristiche facciali sarebbero il risultato della necessità di proteggere il volto dai pugni.

Non si può più dire “avere un visto che colpisce”. Ma che è stato colpito.

Il calcio non è casuale

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Un tiro che colpisce l’incrocio dei pali, un rimpallo, l’infortunio per una storta, un crampo: molti sostengono che il calcio sia in gran parte casualità. Non è quello che emerge da un recente studio condotto dalla University of Yamanashi, in Giappone.

La ricerca, che ha analizzato grazie a telecamere i movimenti di palla e giocatori durante due match (una partita dei quarti di finale della Coppa del mondo per club 2008 e una partita del campionato di calcio giapponese del 2011), ha evidenziato che esiste una regola semplice che governa le dinamiche della palla e dello schieramenti dei calciatori. I movimenti rivelano una natura frattale e hanno una forte influenza sulle azioni successive. Gli scienziati hanno anche scoperto che il tempo di possesso palla di una squadra dura al massimo 30 secondi.

Sarebbe quindi smentito Osvaldo Soriano: “Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce”.